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Dal Catino al Viglio

Oggi corsa sul Viglio da Campo Catino.

Vetta del Monte Viglio

Si rientra che è lunga.

La via del ritorno. Ripartenza.

Very good.

Arrivo a Campo Catino.
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Trail Lupone

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Corsa 16,01 km

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Doppio

Questa mattina doppio allenamento. Prima un quasi lungo e poi Monte Lupone con mio fratello. Come bruciare 3000 calorie 🙂

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Corsa 15,46 km

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Semprevisa trail

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Correndo in discesa

Discesa rocambolesca dalla Semprevisa. 41’.

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Trail Semprevisa

Trail running in solitaria sulla Semprevisa. Spettacolare. Da parcheggio Sant’Angelo a Vetta 1h17’. 🙂

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Incontri

Davanti a quella vetrata, a quel paesaggio così diverso, era come se non avessi mai visto una montagna. Mi vedevo sospeso, proprio lì davanti a me, in lontananza, infinitamente piccolo in mezzo a quella texture via via sempre più indefinita.Per qualche anno ho vissuto a Torino. Sono passato dall’osservare i profili dolci dei Monti Lepini, sapendo di avere alle spalle l’orizzonte piatto del mare, ad osservare l’infinito orizzonte di saliscendi dei ripidi pendii delle Alpi.Ad un passo dalle Graie, Cozie, Marittime e sul versante francese Écrins ed altre.Amando la montagna, una volta arrivato nella città sabauda, una delle mie priorità era riuscire ad orientarmi di fronte ad una scelta infinita di luoghi e itinerari.Senza contare poi una sorta di riverenza nei confronti di quella che nella mia mente cominciava a delinearsi come alta montagna. All’inizio i prati, verdi, poi i boschi, più su ancora gli arbusti, poi i licheni e infine i soli sassi, macchiettati quà e là di arancione quando divengono posatoi. Inizialmente, magari salendo ai Cappuccini, ho iniziato a guardarle da lontano le Alpi.Una lunga sega di roccia che taglia il cielo a perdita d’occhio. A seconda della purezza dell’aria si riescono a vedere più o meno dettagli e anche le diverse profondità, che così sfuggono all’appiattimento della prospettiva. È dalla terrazza dei Cappuccini che vedevo il sole tramontare tra i monti e non sul mare.Tramonti precoci, soli tondi e rossi solo immaginati, perché l’altezza delle montagne interrompe presto il viaggio dell’astro, quando i raggi non sono ancora abbastanza tangenti.Anche le nuvole sono diverse, portate o spazzate via da venti nuovi o più imponenti che disegnano cieli diversi, meno variegati che non a ridosso del mare.Forme diverse rispetto a quelle cui ero abituato. Ritmi diversi.La prima volta che da Torino mi sono diretto verso le montagne ho rischiato di incontrare la cosiddetta mezza montagna.Eravamo in aprile e con la mia compagna siamo partiti per raggiungere un piccolo paese, Alpette. La nostra scelta era ricaduta su quella località per via di una piccola guida di itinerari di montagna che avevamo preso per avere degli spunti. Ricordo benissimo che quando arrivai ad Alpette, senza nulla togliere, non vi riconobbi però le montagne che osservavo dalla città. Tutto era ancora verdeggiante e il bosco era onnipresente. Non era il posto giusto. Alpette però era di strada, verso i monti. Eravamo infatti alla base della valle Orco.Circa 35 chilometri più in su, risalendo lungo il corso del torrente omonimo e attraversando borgate che in alcuni periodi dell’anno lasciano per pochi minuti l’ombra, avrei incontrato quello che cercavo.Eravamo partiti di venerdì, dopo il lavoro, per passare in montagna il fine settimana.Mentre la nostra macchina serpeggiava nel risalire la valle, la luce del sole già scemava.Nelle valli strette e lunghe poi, a seconda di come sono orientate, il passaggio dal giorno alla notte può apparire più brusco.Sparone, Bardonetto, Locana, Fornolosa, Grusiner e altre inframezzate frazioni, con case, quali abitate e quali inermi e disabitate. Con finestre e porte chiuse chissà da quanto tempo.Mille pensieri su come potesse essere la vita in una valle di montagna. Sulla forza e la tenacia di chi vi abita. Sulle generazioni che in passato hanno fatto la scelta, più o meno forzata, di abitare quei posti. Così esili nei loro equilibri, così duri all’approssimarsi dell’inverno, così solitari nella loro sequenza lungo la strada che stavamo percorrendo.Subito dopo Noasca ci sono quattro tornanti che in circa trecento metri fanno guadagnare una consistente quota. Come ad ammonire chi percorre la strada che la montagna prende definitivamente il sopravvento. Noi salivamo e il buio era più consistente ormai e anche questo sembrava farci da preambolo alla galleria che di lì a poco ci avrebbe inghiottiti. 3534 metri di lunghezza, tutta in salita, con alcuni tratti più ripidi. Sembrava di procedere verso un mondo ignoto e la sensazione di impazienza si era amplificata. Ora non era più solamente il buio a limitare i nostri sguardi, ma c’era addirittura il cemento della galleria e la sensazione, effettiva, di essere dentro una montagna. Avevo una sorta di inquietudine ed era come se qualcuno cercasse di prolungarla a suo piacimento.La macchina procedeva incerta, e finalmente ecco la linea che disegnava la volta della galleria all’orizzonte. Una linea netta, per via delle luci, in contrasto con l’ovattato ambiente esterno che di lì a poco apparì. Una impenetrabile nebbia ristagnava oltre il monte che avevamo appena perforato. Probabilmente incastonata tra questo e la parte alta della valle, ancora ignota.Percorrevamo la strada sotto questo spesso velo che mascherava tutto. Ancora per qualche chilometro sino a quando l’insegna di un albergo in qualche modo era riuscita a squarciarlo. Vista l’ora e le circostanze un posto valeva l’altro e quindi finalmente parcheggiammo. L’interno era quello di un tipico albergo di montagna, tanto legno. Soffitti, pareti, pavimenti, arredamento. Per il resto abbastanza datato e spartano. Tuttavia piacevole.La nostra stanza, cui si accedeva da una delle tante porte in un corridoio stretto e lungo, era in sintonia con il resto. Ciò che mi interessava in fondo, era quello che c’era fuori, al di là di quelle pareti e di quella spessa coltre di nebbia. Mangiammo qualcosa e dopo, stanchi per il viaggio, non ci restava che prendere sonno immaginando e sognando quanto sino a quel momento non avevamo avuto la possibilità di vedere.La sala colazione, al mattino seguente, appariva in una luce nuova. Era accogliente, ricca di fotografie e oggetti della montagna che la sera prima non avevo avuto modo di osservare essendoci passato in fretta. Eravamo soli e probabilmente, vista anche la stagione, non c’erano altri ospiti con la stessa nostra curiosità. Curiosità che ci aveva indotto ad alzarci presto.Iniziava a fare giorno e la cosa che via via catturava sempre di più la mia attenzione in quella stanza consisteva in una grossa vetrata. La struttura degli infissi la suddivideva in riquadri, e questi frammentavano il panorama. Un panorama che con le prime luci piano piano si ricomponeva. Cominciava a prendere forma un grande lago. In parte ancora ghiacciato. Dalla sponda opposta di questo emergevano dall’acqua pendii boscosi, via via sempre più ripidi e meno vivi. Bianchi. Terminavano in alto con pareti a strapiombo. Striature bianche di neve e brune di roccia sotto un cielo limpidissimo e terso.La nebbia della sera era svanita. Ora tutto era manifesto. Nella sua immanente grevità. Davanti a quella vetrata, davanti alle Levanne innevate, i miei occhi diventavano ali.

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Montagna

Panorama.