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Correre l’Alta Via dei Lepini

Ho scritto questo resoconto della mia Alta Via dei Lepini. È diventato una sorta di racconto breve, forse lo stralcio di un diario. L’ho scritto per me, per fermare le sensazioni ed avere un giorno la possibilità di rinfrescarmi la memoria.
Lo condivido volentieri anche qui, magari a qualcuno può far piacere leggerlo e rivivere la mia stessa esperienza seguendo le mie parole o percorrendo gli stessi sentieri.

Se riuscissi a trasmetterla, anche solo in parte, mi farebbe piacere. Questo tentativo mi sembra anche doveroso per dare manifestazione della bellezza dei Monti Lepini e di come questi possono regalare esperienze indimenticabili.
C’è sempre il solito problema. È molto, molto, lungo. Ho ridotto al minimo ma la corsa era lunga!

Dati e link alla traccia in calce.

Correndo l’Alta via Dei Lepini

Prima di avventurarmi per il trail che mi avrebbe visto attraversare i Monti Lepini, mi è capitato spesso di parlarne con amici e conoscenti.
Alla fine della descrizione entusiastica del mio progetto la domanda ricorrente è stata sempre la medesima: “Tutto questo perché?”.
Anche la mia risposta non è mai mutata: “Perché è un viaggio, soprattutto interiore”.

In passato ho già corso lunghe distanze in montagna, durante gare o in solitaria.
Tuttavia quella di ieri mi si prefigurava come un punto di svolta.
Innanzitutto non sono più un giovincello e dei miei 48 anni devo tenerne conto. Poi il giro sarebbe stato il coronamento alla ripresa della mia attività “sportiva”. Per diverse motivazioni, mi ero dedicato ad altro, trascurando un po’ la sana ricerca dell’equilibrio tra limite e piacere di un amatore appassionato.
Poi, la cosa più importante, correre sui monti del posto in cui sei nato e cresciuto ha un significato profondo.
Un viaggio che li percorre in quasi tutta la loro estensione, è prima di tutto un viaggio alla ricerca della propria identità. Un viaggio di identificazione, in cui, nel mio caso la corsa, diventa il mezzo attraverso cui si ricerca una simbiosi con i luoghi, in cui si perdono pezzi di sé mentre se ne raccolgono del territorio.
Un miscelarsi di sensazioni e percezioni che diventa oggettivo nel momento in cui, alla fine del viaggio ci troviamo cambiati.
I Lepini sono un patrimonio di rilevante valore naturalistico e sentimentale, conoscerli e frequentarli sono opportunità da non lasciarsi sfuggire.

L’idea di correre l’Alta Via è nata un po’ casualmente. L’anno passato mi ero detto che non sarebbe stato male correre una maratona per i miei 50 anni. Quindi con largo anticipo ricominciare a correre. A Cori però, farlo su strada è un po’ limitante per i ritmi vista l’orografia. Quindi ho pensato di sfruttare la situazione e convertire la corsa su strada in un’altra mia vecchia passione: la corsa in montagna. La maratona è passata quindi in subordine diventando addirittura uno dei miei allenamenti di preparazione per ben due volte. Ho cominciato quindi ad allenarmi con dedizione inserendo regolarmente dei giri lunghi, anche in montagna. Prima di affrontare l’Alta Via ho praticamente percorso tutto l’itinerario più volte, ma spezzato, fino a raggiungere in alcune uscite quasi la distanza massima.
Tutto questo noioso preambolo per dire cosa? Che dietro un progetto ci deve necessariamente essere programmazione e preparazione, soprattutto in montagna e in solitaria. Per un crescendo di emozioni ed aspettative fino al culmine degli ultimi metri che ti portano alla conclusione del tuo personalissimo viaggio.

Domenica 9 maggio 2021. Alle 2:59 apro gli occhi. Un minuto prima della sveglia. Il mio inconscio annienta la tecnologia. Devo mangiare circa tre ore prima della partenza. Quindi colazione come al solito, solo leggermente ridotta. 5 fette con marmellata e burro e una ciotola con latte vegetale, frutta secca e cereali.
Avevo previsto di partire verso le 5:30, sul fare del giorno. Orario che mi avrebbe assicurato abbondanti ore di luce per concludere il giro.
Dopo la colazione potevo dedicarmi a mettere nello zaino tutto l’occorrente che avevo preparato la sera precedente e quindi riempire il tempo che mi separava dall’alba.
Avevo lasciato tutto fuori perché avrei dovuto inserire la sacca di acqua prima, e non avrei potuto farlo che all’ultimo momento per evitare un po’ di ore di contatto tra plastica e acqua. Lo stesso per le due borracce che avrebbero contenuto anche i sali.
Sistemato lo zaino, circa 6 kg, passeggiata con il cane per andare a recuperare la macchina, alle 5:00 in punto in ossequio al coprifuoco.
Per raggiungere Rocca Massima ho abusato della disponibilità della mia compagna.
Lungo il percorso in auto, nella stretta valle prima del paese, ancora buia, ci siamo fermati per togliere due grossi sassi caduti sulla carreggiata dal versante che in quel tratto è a franapoggio e quindi soggetto a continui cedimenti.
Ore 5:40 saluto la mia compagna e mi ritrovo all’inizio del sentiero 705 che sale fino a Monte Lupone. Mentre faccio un po’ di stretching inizia quella che definisco una sorta di metamorfosi.
Ogni dubbio, tentennamento, incertezza, svaniscono nel nulla. Ora sono io e la montagna, ed è come se la mia componente istintiva, selvaggia, cominciasse a prendere il sopravvento, a guidarmi.
5:50, con un leggero ritardo su quanto previsto, avvio il GPS che inizia così a registrare, passo dopo passo, il percorso che mi condurrà dritto dritto nelle pieghe della mia mente.
Il sentiero inizia a salire lungo una strada in cemento che dopo poco cede il passo prima alla sterrata e poi al tratturo.
Il primo incontro lo faccio con un gruppo di cavalli che ci mettono tempo prima di farsi di lato e fidarsi del fatto che stessi procedendo oltre. Poco dopo due mucche sobbalzano quando spunto all’improvviso da dietro un grosso cespuglio. È sorprendente constatare quanto un animale così pesante riesca ad essere agile e scattante.
Il sole è ancora molto basso e la luce che si incurva per illuminare il verde dei pendii di Monte Pratiglio è gialla.
Quando arrivo sulla cresta che poi dovrò seguitare addirittura fino al Lupone, mi si apre il panorama verso l’entroterra, verso il sole che saluto e che delinea i profili di disparati monti. Tra questi individuo, in un’atmosfera dorata, la zona di Gorga, la mia mèta. Mi pervade un po’ di sgomento misto a incredulità. Appare lontana in linea retta, tuttavia io non dovrò raggiungerla in linea retta ma tracciando un ampio ferro di cavallo.
Questi pensieri si contrappongono alla gravità serena di due mucche che in una sella morbida di erba sono adagiate e per metà illuminate dal primo sole. Chissà quanto lo hanno atteso.
Seguendo più o meno i segni guadagno quota e raggiungo il bosco. A darmi il benvenuto poco dopo uno scoiattolo che si rintana sul suo faggio.
Io sono nella mia favola e quindi in un certo modo dialogo con il bosco e con i suoi abitanti, unici miei interlocutori.
Immagino di prendere in prestito un po’ di agilità dal quel piccolo roditore, la cosa mi diverte.
Sono quasi giunto sulla sommità della prima ascesa, dove c’è anche una piccola grotta e il bosco cede il passo al crinale nudo di sassi ed erba. Che in estate si costella di calcatreppole. Ora però l’erba è ancora verde ed umida, lontano dall’oro infuocato di agosto.
La luce è deliziosa, morbida, carezzevole e guida il mio sguardo che ora si può avventurare sino a Le Fosse e alla seconda parte di crinale che da queste si eleva ancora un po’.
Di fronte a me i soliti cavalli che ora distolgono le loro bocche dai fili di erba per osservarmi mentre mi avvicino.
È proprio in questo momento che avverto degli schizzi di acqua sulle caviglie, da dietro. Penso che forse è l’erba umida che me li indirizza. Lo penso per pochissimo poiché l’acqua è abbondante e mi bagna la schiena e i glutei.
Mi tolgo immediatamente lo zaino dirigo la mia attenzione sulla sacca, la estraggo con decisione nonostante lo zaino pieno e scopro che il tubicino si era scollegato dalla sacca.
Ne era rimasta poca dentro e quindi, anche per evitare che potesse ripetersi l’inconveniente, l’ho svuotata del tutto e riposta insieme al resto delle cose, in parte bagnate, nello zaino.
Ma non poteva almeno accadermi prima, così facevo la salita più leggero? Poco male, guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Era la riserva di “emergenza” e per fortuna avevo le due borracce. Viaggerò più leggero fino alla fonte Acqua del Carpino. Mancava ancora molta strada ma ero all’inizio ed il litro e mezzo rimastomi mi sarebbe bastato. Ho immaginato la rinuncia che avrei dovuto accettare se quella fosse stata la mia unica scorta di acqua.
Quindi, scegliere sempre materiali a prova di sorprese e dopo l’accaduto catalogare l’esperienza (vale a dire fascetta).
Riprendo quindi la corsa su questo tratto in leggera discesa, mi sento più leggero. Un chilo e mezzo si sente, eccome se si sente! Eppure è qualcos’altro che mi fa sentire lieve. Non ho più il cappellino assicurato alla cinghia ventrale dello zainetto. Devo averlo lasciato indietro quando ho sistemato la sacca. “Oggi sarà una giornata assolata e il cappello è indispensabile, soprattutto per me che non ho capelli!” Con pazienza quindi lascio lo zaino a terra e ripercorro a ritroso i circa trecento metri fino a recuperarlo. Un modo per fare mezzo chilometro in più!
Le Fosse, posto che amo, in breve mi accolgono nella loro vastità e mi sospingono all’inizio del pendio che ricoperto di faggi rapido mi eleva sull’ultima parte del crinale.
Quattro o cinque cinghiali si lasciano cogliere di sorpresa. Un esemplare è possente, scappa e ansima in modo esorbitante, è più scuro degli altri. Si allontana e mentre lo fa perde un poco della sua potenza nell’aria. Una leggera bava di vento la conduce a me. Divento poco a poco sempre più parte di quello che incontro.
Raggiungo quasi Monte Lupone e nella dolina che si incontra poco prima, ai margini, vi sono un po’ di mucche, libere, qui in alto, anche loro ad attendere un altro giorno di sole.
Che ora è più alto, sono passate da poco le sette, e collima con la croce della vetta che sto traguardando.
La sosta è brevissima, solo per fare un paio di foto, e subito mi avvio per la lunga discesa fino al Volubro.
Un problema che mi ha accompagnato lungo tutta la corsa è stata la larghezza delle scarpe. Avevo fatto dei test e messo delle solette che ritenevo sufficienti. In realtà nulla da fare. La tenuta è stata pessima e i movimenti laterali eccessivi. Ho il piede lungo e magro e spesso ho problemi di questo tipo. Della marca di scarpe che uso esistono diverse versioni relativamente alla larghezza, 4E extra wide, 2E wide, D medium/normal, B narrow. Io ho acquistato la D che sul modello da strada, stessa marca, mi calza bene. Per quelle da trail running probabilmente mi servirebbe la B che però non si trova facilmente.
Quindi la discesa sulla costa delle Tombelle che dopo il tratto iniziale in faggeta, si snoda su un sentiero abbastanza tecnico cosparso di piccoli salti e una miriade di sassi, è stata difficoltosa. Tenuta pessima e comfort ancora meno. Nei limiti dell’accettabile ma una di quelle situazioni che fanno davvero la differenza.
Corro lungo il crinale spoglio e tutto il terreno è bello umido. Nella valle sulla mia destra qualche sbuffo di nebbia tenta di salire verso l’alto sapendo già che svanirà. Davanti a me scorgo un nutrito gruppo di mucche e vitellini, con qualche cavallo. Tra tutti questi animali mi colpisce una sagoma, è quella di volpe che veloce dal versante ovest passa a quello est e sparisce tra la vegetazione.
Stava in mezzo agli animali da allevamento ed è scappata perché arrivavo io. Questa cosa mi ha fatto pensare ad una sorta di complicità tra mucche, cavalli e volpe. Io non ci entravo nulla, ero l’elemento estraneo, di disturbo. Mi dispiaccio un po’ di non essere parte di quel mondo e tra le traiettorie disegnate dagli animali che mi aprono un varco raggiungo il bosco. Passo vicino a dei cerri molto grandi e poco oltre intravedo tra le fronde lo specchio d’acqua accecante del Volubro. Inizia la Valle Le Gotte, un tratto ben corribile in leggerissima salita che passa, ben presto, di fianco al cerro secolare. Quando lo raggiungo mi fermo per il solito saluto di rito. Il cartello, fissato ad un paletto e che riporta il suo nome è caduto a terra. Lo rimetto in piedi, appoggiato al grosso tronco e ne vincolo la base con dei sassi che accatasto.
Ancora non ho incontrato nessuno, come immaginavo del resto, visto che tutto sommato è ancora presto.
Ad un certo punto la valle si allarga un po’, con un’ultima radura prima di lasciare il via libera ad un fondo più mosso e dove la vegetazione di alberi e arbusti ricomincia a prevalere. È qui che individuo il pozzo che mi indica il momento di lasciare la valle per iniziare il sentiero che sale sul Perentile. È la prima volta che trovo questo sentiero. In passato andavo sempre ad intuito ritrovandomi immancabilmente ad attraversare posti più o meno impenetrabili.
Il sentiero sale sul versante destro (orografico) della valle, raggiunge una sella e poi ti libera su un’erta salita priva di alberi e quasi di arbusti ma ricchissima di panorama. Voltandosi lo sguardo può rimbalzare liberamente: dai cavalli che pascolano poco più in basso a Monte Lupone a quelle che forse ad un’occhiata veloce mi appaiono come rovine. Tutto è verde, un verde fresco e brillante di germogli primaverili che si preparano ad affrontare l’arsura.
Il sentiero sale seguendo i segni bianchi e rossi, ma la mèta è palese e noncurante dei consigli salgo sulla linea di massima pendenza.
Scollinando il panorama esplode definitivamente lasciandomi raggiungere con gli occhi anche la prosecuzione del mio viaggio. Il Monte Capreo che immanente staziona di fianco al Monte Belvedere e Ardigara che formano una dorsale gemella al suo fianco e che potrò ammirare salendo dal mio itinerario.
Intanto cominciano a formarsi già dei cumuli. Ne avevo già visti sulla dorsale Orientale. Sono umili e tali dovrebbero rimanere, stando almeno a quanto accaduto nei giorni precedenti. Le condizioni sono molto simili.
La vetta del Perentile si individua anche per un bel cumulo di sassi. Non vi è croce ma poco distante ci sono due rami. Invecchiati dal tempo, lisci e consistenti. Non ho il tempo per costruire una croce ma ne ho per infilarli tra i sassi in posizione eretta. Almeno per oggi anche il Perentile avrà la vetta ornata da questi fantastici legni lavorati dal tempo.
Davanti a me, lungo il mio cammino, c’è una dolina che una volta doveva essere stata sistemata per i pascoli. Si intravede una sorta di residuo di terrazzamento. Mucche e più avanti, quasi al Passo della Fota dei cavalli. Qui è piacevole correre, manca poco alle nove ed è quell’ora e quella luce che nei giorni di festa ti soffermi a respirarne l’atmosfera.
È qui che ho modo di ammirare il trotto di una mucca, scura, che rimasta indietro cerca di riunirsi con le altre che già erano scese nel verde della dolina. Avete mai visto una mucca al trotto? Non ha nulla da invidiare all’eleganza di un cavallo.
C’era anche un’altra mucca che voglio ricordare, rimasta invece tranquilla al suo posto ad osservarmi, abbastanza magra che mi ha fatto ricordare una che incontrai qualche anno fa sul Rinzaturo, ma più magra.
Poco dopo aver ammirato questi animali, supero la casetta del Passo della Fota e mi avvio per un’altra salita impegnativa. Matreagne verso La Croce del Capreo e vetta del Capreo.
Nel tratto iniziale del sentiero il percorso è evidente, il residuo di una via carrabile ormai diventata di morbido verde. Dei cavalli mi lasciano passare scostandosi sotto un bellissimo albero. Poco più avanti vi è una dimora. Molto bella con il campo intorno. Fuori da questa, in piedi ancora assonnato ho incontrato un signore. Era uscito dalla casa e stava appunto assaporando quella magica atmosfera mattutina. Dal camino usciva il fumo e un altro signore stava più vicino all’uscio. Niente male svegliarsi in quel posto. Lì si arriva percorrendo una sterrata che si stacca dalla via che da Carpineto sale a Pian della Faggeta, dove c’è la Fontana La Fata.
Il crinale che sale sul Capreo è abbastanza ripido sino a raggiungere una bellissima dolina. Mentre si sale sulla destra, che allungando il braccio sembra di poterla toccare, c’è la dorsale che come ho detto va dal Monte Belvedere al Monte Ardigara. La valle in mezzo è molto profonda ed è quella che dalla Fonte del Rapiglio sale fino alla Sella di Mezzavalle.
Pian piano la pendenza del sentiero diminuisce ed accentua i versanti ripidissimi che invece scendono in picchiata verso Carpineto Romano.
Intanto la Croce del Capreo appare sempre più vicina.
Questi posti dal punto di vista carsico presentano un imponente sistema di grotte. Non mancano quindi incontri con voragini e doline molto interessanti.
La Croce del Capreo è maestosa, fu fatta erigere dal Papa Leone XIII per il giubileo del 1900.
Ormai ci sono sotto. Manca poco alla vetta del monte che di solito raggiungo seguendo ancora il sentiero che va verso la Sella di Mezzavalle e staccandomi poi al momento giusto. Questa volta però voglio risparmiare energie e quindi non abbandono la cresta ma lascio il sentiero seguendo la prima fino alla vetta. Scelta azzeccata perché il percorso è molto più veloce.
Questa cima mi piace. Immagino che venga un po’ trascurata perché tutti vanno alla Croce e non fanno questa piccola deviazione. Questo pensiero ogni volta mi fa deviare con piacere perché mi piace l’idea di tenerla in alta considerazione.
Da qui in lontananza si vede la vetta del Semprevisa. Si vedono anche le sagome di un gruppo di persone.
Sono passate tre ore e cinquanta minuti da quando sono partito, i cumuli continuano a formarsi e dissolversi nel mare di cielo azzurro che ne smorza le intenzioni.
Da qui al Semprevisa c’è un bel tratto in quota da farsi ad un buon ritmo di corsa senza faticare troppo. Magari saltellando come la lepre che mi veniva incontro distratta mentre salivo poco prima e che ho allertato con un battito di mani.
Altra discesa fino a Mezzavalle, altri problemi di tenuta delle scarpe. Scendendo mi tengo troppo sulla sinistra ma me ne rendo subito conto e con una deviazione intercetto il sentiero che proviene dalla grossa croce. Mezzavalle è un luogo fermo, fisso, tranquillo. Un piccolo paradosso poiché in realtà è un crocevia. Vi arriva il sentiero che sale dal Rapiglio-Valvisciolo, vi scende quello che va diretto a Pian della Faggeta, c’è quello da dove provengo io e infine quello che va verso la Schiazza di Paolone.
Eppure la sensazione è quella di immobilità. Sarà forse perché la verde sella è circondata dai faggi su ogni lato quasi a soffocarla ma senza riuscirci. In una immobile lotta tra alberi e prato che ha cristallizzato tutto.
Sono divertito perché tra qualche minuto incontrerò la Schiazza di Paolone. Questo sasso con la famosa scritta, mi piace. Sono quelle cose che rendono un posto particolare. Anche se il luogo dove si trova sarebbe comunque riconoscibile, poiché si tratta della sella tra il Monte Ardigara e il Monte Semprevisa. Questo passo mette in comunicazione i due versanti di Bassiano e Carpineto.
Da qui, la pianura Pontina, oltre il Liberamonte e Bassiano, conduce lo sguardo fino al mare.
Ma il mio cammino seguita verso altri monti e quindi lungo il sentiero che sale dolcemente arrivo ad affacciarmi sulle balconate a reggipoggio che precedono la vetta della Semprevisa.
Anche qui, l’aria umida che sale dalla pianura condensa e disegna subito sotto di me degli sbuffi di vapore come grossi fiocchi di zucchero filato.
Prima di arrivare sulla cima c’è una dolina e da qui adesso riesco a distinguere i gruppi di persone che avevo visto prima. Molti sono scout poi qualche escursionista ed un trailer che mi passa vicino in direzione Bassiano.
Passaggio velocissimo sui 1536 per poi iniziare la lunghissima discesa fino a Pian della Faggeta.
È da molto che medito di stringere le stringhe delle scarpe ma non mi decido mai. Sarebbe il momento opportuno per affrontare meglio questa discesa. Ma per l’ennesima volta rimando.
Dopo un primo tratto più pendente inizia un percorso praticamente pianeggiante in un bosco di grossi faggi sino a dove sprofonda l’Abisso Consolini.
Qui la pendenza riprende e da questo balcone, demarcato da strati che ne disegnano il limite, le sommità del Monte Erdigheta e del Monte Pizzone mantengono nitido il verde dell’erba e il grigio del calcare. Questi vividi colori si stagliano su uno sfondo di foschia azzurra che dissolve gradualmente le linee degli Ausoni e degli Aurunci sotto a sbuffi di candida ovatta.
Lungo il tratto tra Semprevisa e Consolini si corre spesso lungo i sentieri naturali delimitati dagli strati affioranti, in piccoli prati verdeggianti.
Ad un certo punto, poco dopo un cumulo di pietra ridotta in scisti e adagiata intorno ai resti di un vecchio tronco si nota una lievissima altura, quasi impercettibile rispetto al profilo sino ad ora disegnato dai monti.
Poi il cumulo di sassi e la croce di legno. Si tratta di Monte La Croce. Passa quasi inosservato. Per questo, come per il Capreo, mi piace molto. Se ne sta lì, quasi senza pretese e timido.
Qualche albero caduto indica questa come una zona più esposta agli agenti atmosferici. Ecco la zona del Consolini, pozzo iniziale imponente. Non ci passo vicino così come non passo vicino al tasso poco distante. Mi accontento dei ricordi.
Qualcuno ha costruito un arco di pietre. Penso che almeno saranno stati in due o tre per riuscire nell’opera e mi ricordo che l’anno passato ce n’era uno, poi crollato, vicino la croce del Pizzone. Piacevoli e distinguibili testimonianze umane nel caotico susseguirsi di rocce. Sento il vociare di un gruppo che sale dall’ampia valle dove si trova l’inghiottitoio dell’Erdigheta.
Io passerò invece sulla cresta. Scendo sulla sella e poi risalgo l’erta per raggiungere la vetta del Monte Erdigheta. Passaggio veloce e ancora verso la sella seguente per poi risalire sul Pizzone dove intravedo un gruppo di persone che inizia a scendere. Subito sparisce dietro il profilo del monte quindi ipotizzo che scenda verso Roccagorga.
Percorrendo la zona dove sono ora si corre per brevi tratti su lastroni di calcare. Sembra una cosa di poco conto ma assicuro che è una bellissima sensazione correre su pietra viva e compatta. Sentire il contatto su questo substrato così duro e che, quando asciutto, offre una sensazione di aderenza piacevolissima.
Ecco il Pizzone che si affaccia a strapiombo sulle zone sottostanti. Arrivano due escursionisti ai quali chiedo informazioni su una fonte che dovrebbe essere dopo Pian della Faggeta. L’acqua inizia a scemare e voglio assicurarmi sul prossimo rifornimento.
Qui decido di stringere le stringhe delle scarpe, lo faccio e mi rendo subito conto che ho esagerato ma le lascio così. Mi vengono i dubbi se il sangue riesca ancora a circolare adeguatamente o meno. Ma riparto e presto mi passano talmente è il piacere di correre su questo tratto. Il fondo è erboso, morbido, perfetto. Fino in fondo dove superato una sorta di fossetto si risale per poi rientrare nel bosco.
Qui sapevo esserci una bella voragine e subito dopo ai lati del fosso che scendevo, altri esemplari di tasso.
Seguendo la stessa direzione e tagliando un paio di volte i tornanti della sterrata, ho raggiunto il tratto più basso dell’anello che fa il giro di Pian della Faggeta. Ho incontrato molte persone, a testimonianza del fatto di essere in zona raggiungibile in auto.
Ragionavo sul proseguimento del giro in funzione del rifornimento di acqua che ormai cominciava a scarseggiare. “E se per qualsiasi motivo l’Acqua del Carpino non corresse?” “Berrò i gel rimasti!” pensavo.
Quando eccoti una sorgente con tanto di fontanile. La Fonte dell’Acquicciola. Un filino di acqua ma quanto bastava per bere un po’ e riempire appena il fondo di una borraccia senza sostare troppo. Perfetto. Un po’ di fortuna boccaccesca.
Tutto questo al 28° km, poco oltre la metà del tragitto e verso le 11 del mattino.
Il sole quindi iniziava ad essere più caldo e anche per via dell’attuale quota, a farsi sentire.
Adesso dovevo affrontare un tratto che avevo visto solo in mappa e sulle foto satellitari.Da Pian della Faggeta dovevo scendere ad Occhio di Bue. Un breve tratto ma insidioso per via della vegetazione per la maggiore cespugliosa. Non volevo di certo perdere tempo ed energie in quel tratto.
L’inizio di questo percorso è su una sterrata che poco dopo diventa sentiero e seguendo dei tornanti scende fino ad intercettare la via Carpinetana. Lungo la discesa spesso il sentiero si moltiplica a causa delle tracce probabilmente segnate dagli animali e quindi occorre intuire sempre la direzione corretta per non sbagliare. Ma è quasi sempre semplice. Lungo questo versante c’è spesso acqua che scorre in superficie e il substrato è ricco di terra argillosa. Si incontra anche un piccolo stagno delizioso e infine, superato un cancelletto e un pezzo di sterrata si raggiunge una cappella e quindi l’asfalto.
Se ne deve percorrere circa 1,3 km e il passaggio dai monti a qui, abbastanza repentino e seppur mitigato dal mondo di mezzo di Pian della Faggeta, un po’ disorienta. I motociclisti alle prese con le pieghe si intrufolano nei miei pensieri che si ammassano alle pendici della prossima, e ultima salita impegnativa, salita che piano piano si avvicina. Infatti in poco tempo lasciando il grigio serpente di asfalto, mi ritrovo sulla sterrata dove inizia il sentiero 719 che sale sul Monte Malaina. 800 metri di dislivello ad un terzo dei quali avrei finalmente trovato la fonte per fare rifornimento.
Fino all’Acqua del Carpino ci si arriva tramite una sterrata molto pendente. Mantengo un passo veloce correndo dove riesco. Non è mia intenzione perdere troppe energie in questa salita poiché, dopo il Malaina c’è ancora un lungo tratto sebbene quasi tutto in quota e con modesti saliscendi.
La temperatura è aumentata, meno male che avevo recuperato il cappellino. A questa altezza dominano i lecci e questo amplifica un po’ la sensazione di caldo ricordandomi la macchia mediterranea.
In mezzo a questo verde intenso, più in alto e ancora distante, vedo spuntare il Castello delle Acque, l’edificio da cui si accede ai 5 bottini dell’acquedotto fatto costruire, o meglio scavare, nel 1888 da Papa Leone XIII e che alimenta anche il fontanile della fonte.
Comincio ad assaporare le sensazioni che avrei provato di lì a poco davanti alla fonte e alla disponibilità di una fontana con una bella portata. Mi è balenata più volte nella mente l’idea di tuffarmi nel fontanile. Ovviamente solo nella fantasia perché mai mi permetterei, ma l’idea mi divertiva e testimoniava la voglia che avevo di rinfrescarmi e di bere senza dover fare economie.
In fondo ero giunto al 35° km e quasi alle 6 ore e 30 di marcia.
La poesia cominciava a tingersi di un po’ fatica ma anche della consapevolezza che ormai il più era fatto.
Intanto la sterrata non mollava e saliva sempre bella dritta tra i lecci. Ancora non mi ero concesso una sosta. Forse la più lunga era stata quella sul Pizzone per legarmi le scarpe. Quindi ora me ne potevo concedere una di una decina di minuti. Il tempo di bere, lavare gli occhiali, sistemare le cartacce delle varie barrette che mi ostacolavano l’accesso a quelle sottostanti, lavarmi il viso.
Davanti alla fonte prima di bere gli ultimi circa 100 cc di acqua e sali, mi sincero che il rubinetto attivi il getto d’acqua. Perfetto. Riempio la prima borraccia, bevo i sali e riempio la seconda borraccia. In una svuoto due bustine di sali. L’altra la tengo “flat” per attutire il dolce delle barrette e dei sali di cui non ne posso quasi più ma di cui altrettanto non se ne può fare a meno. Con calma svolgo tutte le operazioni che avevo programmato.
Qualche formica beve nel cerchio d’acqua lasciato dal fondo delle borracce. Ne aggiungo un po’ perché il sole in poco tempo l’asciuga.
Mi sento un po’ come un animale selvatico che finalmente raggiunge una fonte. Immagino in questi monti asciutti questi punti quanto siano importanti per loro.
A proposito di animali, nel lungo tragitto percorso fino ad ora ho incontrato due branchi di cinghiali belli numerosi. Il primo, di adulti, mi ha colpito per il fatto che non sono fuggiti. Erano poco distanti da me e dopo avermi visto hanno continuato tranquillamente a grufolare.
Il secondo mi ha colpito per il numero. C’erano almeno una ventina di cuccioli e insieme al resto del branco correndo nel bosco facevano un gran rumore.
All’Acqua del Carpino la strada sterrata termina. Inizia un sentiero che tortuoso sale nella lecceta. La terra è bella scura, filtra meno luce e la temperatura è più amichevole.
Praticamente all’inizio si incontra un segnale che indica la via per il Monte Gemma. Lo tralascio seguitando a salire per la mia via e dopo aver attraversato tutta la lecceta esco sull’altopiano disegnato da molti muri a secco che delimitano diversi appezzamenti a vocazione di pascolo.
Procedo a passo svelto correndo ogni tanto nei punti più favorevoli. Devo fare ancora economia.
Nel cielo intanto i cumuli sopra la mia testa si sono ingrossati un po’. Ora mostrano la parte in ombra bella grigia. Tuttavia l’azzurro prevale ancora e guardando quelli verso la Semprevisa, alle mie spalle, constato che sono una via di mezzo tra humilis e congestus. E probabilmente rimarranno tali procurando però, ogni tanto, un po’ di ombra.
Saltando di nuvola in nuvola giungo al cospetto del cerro secolare.
Oggi ho visto entrambi i cerri secolari, Valle Le Gotte e questo, in qualche modo devo averli messi in comunicazione avendoli toccati entrambi.
Sulla sinistra, salendo, ci sono delle doline e in una credo di intravedere l’imbocco di una spelonca. Probabile visto il numero di grotte presenti in questa zona.
Più su ancora si attraversa un bosco per poi uscire sul tratto roccioso che dopo una piacevole sella, si inerpica fino alla vetta del Malaina.
Davanti a me, quasi in cima noto degli escursionisti con un cane e delle mucche adagiate in mezzo alla pietraia.
Il panorama è mozzafiato. Voltandomi, nella foschia, riesco a vedere da dove sono partito e tutta la linea disegnata nel cielo dai Lepini Occidentali. Dall’altra parte il Monte Gemma che con i suoi 1457 metri domina la parte più ad est di Pian della Croce. Lì c’è la fonte di Santa Serena e vedo molte macchine parcheggiate.
C’ero stato molti anni fa per andare nella Grotta di Monte Fato. Quella volta, ora che ci penso, durante la risalita ho avuto un piccolo incidente. Io ed un amico eravamo gli ultimi ad uscire e proprio nell’ultimo pozzo, forse un 25 m, stazionavamo alla base in attesa del “libera”. Ricordo che non c’era molto spazio o comunque non ero perfettamente al riparo da eventuali cadute dall’alto. Nell’ultimo metro di risalita, nella parte esterna del pozzo, chi ci precedeva ha fatto involontariamente cadere un bel sasso, diciamo grosso come una rosetta. Capita e per questo bisogna fare attenzione. Beccato sul collo ma per fortuna grazie al colletto del sottotuta, quello della tuta in pvc e alla base del casco, il colpo sebbene deciso, è stato attutito.
Ricordi che riemergono così come le due croci del Monte Malaina che passo dopo passo spuntano da dietro i sassi. Ho raggiunto la seconda vetta dei Lepini che sui suoi 1480 metri accoglie un gruppo di persone intente nelle chiacchierate di chi ha raggiunto la propria mèta.
La mia invece ancora era distante, altri 16 km. Tuttavia non ci sarebbero state altre salite lunghe e l’ultimo tratto sarebbe stato su strada sterrata.
Quindi un saluto alle persone presenti, due scatti e via sul sentiero 718 che corre lungo il versante che domina Pian della Croce.
Raggiunta la sella posta prima del Semprevina, occorre svoltare decisamente a sinistra (N) e imboccare il 717.
Questo sentiero nel primo tratto, è ben segnato. Attraversa il bosco e quindi i segni, rossi, si individuano bene sugli alberi.
Tra le tante fatte incontrate, a questo punto ne noto una probabilmente di lupo e abbastanza fresca. Un lupo un giro come il mio di oggi lo fa senza accorgersene!
Arrivato nella prima radura, c’è un bellissimo inghiottitoio. Molto visibile contrariamente ai segni che diventano radi e posti a terra, sui sassi.
Ero passato da qui il 1 maggio per testare il percorso e non ero riuscito a proseguire sul 717 andando invece ad intercettare il 734 per raggiungere la Croce dello Sprone Maraoni.
Oggi, mi sono detto, seguito ad andare dritto cercando di individuare la prosecuzione dei segni del 717. Ne ho trovato un altro, e procedendo lentamente ho cercato oltre ma niente da fare. Per non perdere altro tempo allora ho deviato verso la mia destra (E) per andare ad intercettare di nuovo il sentiero che avevo percorso la volta scorsa. Trovato e dopo poco sono uscito nella dolina dove c’è il pluviometro e dove poco distante si incontrano i segni bianchi e rossi e ben segnati del 734.
Il sentiero, che conduce fino alla Croce dello Sprone Maraoni, è caratterizzato da saliscendi e corre tutto nel bosco lambendo ogni tanto delle radure dove sono presenti dei residui di muretti a secco. Ogni tanto si incontra qualche cavallo con il puledro.
In molti tratti c’è un sentiero che definirei quasi via, che ormai sta scomparendo, ma che presenta una sede larga anche un paio di metri. Vi sono anche dei cigli ogni tanto e dei rompitratta in pietra. Presumo sia una vecchia via pastorale per raggiungere la zona del Piano del Lontro.
Grossomodo tra Rave La Monna e Monte Alto, si incrocia il sentiero 720. Qui, dopo aver proseguito fino allo Sprone, dovevo ritornare per poi proseguire verso la conclusione del mio giro.
Superata una forcella ho quindi proseguito la mia corsa per un bel tratto di discesa. Come non pensare che tra poco l’avrei dovuta rifare al contrario?
Nel frattempo dal Piano del Lontro giungevano voci molto festose di un gruppo di ragazzi che stavano facendo una sorta di pic-nic.
Ecco finalmente l’Hotel Pinguino e la salita per raggiungere la Croce dello Sprone Maraoni. 45° km.
Uno sguardo alla carta per sincerarmi che il 720 fosse il sentiero corretto e, operazione rimandata più volte, decido finalmente di allentare un po’ i lacci delle scarpe. Che sollievo!
Il sentiero 720 è l’altra parte del percorso, insieme al raccordo per l’Occhio di Bue, che non avevo mai percorso. Nell’imboccarlo ho subito constatato che era ben segnato, quindi adesso dovevo solo fare attenzione a non andare dritto verso il Malaina quando avrei incrociato, andando nella direzione opposta, il 717.
Non vi è stato pericolo che ciò accadesse. Anche in questo senso non ho visto segni o indicazioni dell’intersezione. Peccato che manchino segni chiari per questo sentiero “di transizione”.
Tornerò appositamente, senza la fretta della corsa, per rintracciare questa parte che mi manca del 717.
In poco tempo, su un comodissimo sentiero in discesa ho raggiunto Fontana Canai, un bellissimo fontanile in cui si riflettevano i cumuli belli bianchi e schiumosi.
Una bevuta dalla bocca che sputa acqua a pieno regime e via di nuovo verso la conclusione del giro.
La strada sterrata l’ho praticamente divorata. Il fondo mi permetteva di correre discretamente senza che le scarpe, che mi avevano limitato abbastanza durante tutto il giro, influissero più di tanto.
Ad accogliermi, dove inizia l’asfalto che mi riporta alla dimensione di partenza, ci sono diversi cani da pastore che vicino all’ovile mi avvisano con il loro abbaiare di stare al mio posto.
Vedo ormai il nucleo urbano di Gorga e dopo qualche saliscendi che passa fluido sotto i miei passi ancora leggeri, c’è la mia compagna che pazientemente è venuta a recuperarmi.

Una esperienza intensa, un percorso a forma di ferro di cavallo, che ti riporta quasi nel punto da dove sei partito, ma non proprio lì. 🙃

Qualche dato tecnico (quelli numerici da GPS):
Alta Via dei Lepini versione da Rocca Massima a Gorga.
Distanza: 55,14 km
Tempo totale impiegato: 10h01’
Passo Medio: 10:54 min/km
Dislivello positivo: 3036 m
Dislivello negativo: 2979 m
Quota minima: 665 mslm
Quota massima: 1536 mslm
Alimentazione: 5 barrette energetiche, 4 gel da 60 ml.
Liquidi: circa 3,5 litri di acqua (2,75 con sali)
Secondo me questo è il periodo migliore (prima decade di maggio) per questo giro. Ancora non fa molto caldo, le fonti sono attive, ci sono già abbastanza ore di luce.

Traccia GPS: https://connect.garmin.com/modern/activity/6750987315


*gli incontri con animali o tracce sono stati numerosi. Quando li cito nel “racconto” però, lo faccio posizionandoli in posti diversi rispetto a quelli dove sono realmente avvenuti.