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Dopo la pioggia

Ieri, dopo dieci giorni di pioggia, il cielo era limpido e alle quote più alte è arrivata la neve. Nel bosco non c’è nessuno, non è giorno di caccia e non ci sono funghi appetibili. Per una “seduta” rigenerativa e per piccole osservazioni tuttavia ci sono sempre molti spunti.

La prima cosa che mi ha colpito è stata una foglia gigante. Di cerro. Non ne avevo mai notate di così grandi.A terra in alcune zone ci sono ancora dei piccoli accumuli di grandine a testimonianza che il tempo meteo è stato molto variabile: neve, pioggia, grandine.In una radura in pendenza che accoglie più raggi di sole spunta un boletus satanas. Che avrà mai fatto questo fungo per meritarsi questo nome? Non è certo tra i più velenosi e pericolosi!Poco distante c’è anche un clathrus ruber (cuore di strega). Questo fungo emana un odore sgradevole per attirare insetti e mosche che fungeranno poi da diffusori delle sue spore.Tra streghe e diavoli il bosco cambia e da misto con prevalenza di cerri e aceri diviene a dominanza di faggi in corrispondenza di un vallone. A terra si notano le foglie di questi bellissimi alberi. Molte hanno al centro quello che sembra un piccolo frutto chiaro. Si tratta di una galla che si genera a causa di un fitofago, la cecidomia del faggio (mikiola fagi). Questo danneggia la superficie della foglia che reagisce creando queste strutture. La larva avrà quindi un suo ambiente protetto dove crescere. Le foglie più colpite sono quelle della parte alta dell’albero.Attraversato il vallone, continuando in un traverso, alle pendici di Monte la Noce il bosco è ricco di aceri. I faggi non hanno ceduto del tutto il passo e uno di questi è ormai morto e secco. Ancora in piedi si è inclinato un po’ e si è appoggiato ad altri alti alberi.La sua corteccia si sta staccando piano piano e nel farlo rivela un bellissimo ricamo. Sono i percorsi delle larve di coleotteri xilofagi.Il bosco è ricco di cicli. Eccone un altro. A farne le spese è una grossa quercia che probabilmente resisterà per molti anni ancora.Le radici dell’edera sono grandi. Vivono insieme già da tempo. L’edera non è un parassita vero e proprio. Usa gli alberi solo come sostegno per andare a cercare la luce. Le sostanze se le prende da sé. Certo, può un po’ “soffocare” l’albero ma in compenso è fonte importante di nutrimento per insetti e animali durante tutto l’anno.L’altro ospite che tempesta il fusto invece è un fungo parassita: il fomes fomentarius (fungo esca). Il micelio si insinua nelle ferite della corteccia e si nutre di materia vegetale. Lo sporoforo non è altro che l’accumulo dei prodotti “digeriti”. Se l’albero muore, il fomes si trasforma in saprofita nutrendosi di materia vegetale morta. Contribuisce quindi alla degradazione insieme a tanti altri organismi.Dopo aver attraversato una zona ricca di strati affioranti e massi, la gita volge quasi al termine.Sulle foglie marroni a terra, ogni tanto spicca, con il suo particolare colore grigio, il lichene islandico (cetraria islandica). Viene usato in erboristeria poiché sembra avere diverse proprietà.Arrivato nella zona del taglio boschivo, dove sono i castagni, il bosco diventa meno fitto ed è ancora ferito dalle lavorazioni. Su un tronco spicca una esile edera. È stata pitturata casualmente con uno dei segni che marcano gli alberi. Sembra una decorazione natalizia.Passeggiata ricca che si chiude condividendo i raggi di sole con le mucche che chissà da quanto li aspettavano.PS il bosco anche questa volta, oltre al suo spettacolo, mi ha regalato un po’ di hydnum rufescens (galletti pelosi) e due tronchi che formano l’iniziale del mio nome 🙂